
Un bacio? No, non può essere. Doveva essere impazzito per forza di cose. L’aveva appena conosciuta, lei sapeva a mala pena il suo nome, scoperto dopo un bel po’ di fatica per altro, dal momento che lui non l’aveva rivelato e, cosa fondamentale, oltre a questo non sapevano nulla l’uno dell’altra. E le buone maniere? E la cavalleria? E il detto che è l’uomo a dover fare il primo passo? Dov’erano finiti? Tutti questi interrogativi irruppero nella sua testa copiosamente, nei successivi secondi alla richiesta del ragazzo. Momenti che bastarono a farlo avvicinare quel tanto che bastava al suo viso per cui lei potesse sentire il suo odore, studiarne ogni pigmento di pelle, perdersi nel suo sguardo, sorbirne le fattezze del volto e nient’altro. Le mancò il coraggio,non le sembrava giusto, non voleva farlo e non l’avrebbe fatto a dispetto di ciò che lui avrebbe pensato. “No.” E si ritrasse.
“Allora?” Sospirò. Troppo indecisa, troppo titubante. Lui non apprezzava molto queste doti, seppure indugiare ad un passo dal suo viso non le dispiaceva, non intendeva concederle altro tempo. E fu proprio mentre iniziò a discostarsi con lentezza che gli giunse la risposta. Per un attimo credette di non aver ben compreso, che lei intendesse dire qualcos’altro, ma poi non potè più aver alcun dubbio. Lei aveva detto no e lui dovette incassare il colpo. Dissimulò comunque bene lo sgomento e il disappunto, poiché si mise a sorridere inclinando il capo di lato e fissandola e in quei pochi momenti che passarono in cui lui riflettè su cosa dirle per ferirla allo stesso modo che la bimba aveva fatto con lui, cominciarono ad affacciarsi alla mente poche frasi, le quali potevano sembrare casuali, ma che ben sapeva avrebbero avuto un certo effetto “Quanti anni hai?”. Risposta che sapeva già giunse. “Uhm..Bene, io quasi diciannove..Un po’ grande per te se devo dire il vero! Ah..E poi ho la ragazza, sono stato uno scemo..”Fece spallucce, si voltò e sparì, così com’era venuto.
E così esisteva anche una fidanzata. Ottimo! Ora si che era davvero felice!? Quindi, ragionando, poteva benissimo arrivare alla conclusione che era stata la bambola del ragazzo per quella giornata, fino a che non si era opposta al burattinaio che aveva orchestrato il tutto. Che soddisfazione! Ma l’assurdo del circostanza, fu la sensazione che poco a poco sentiva crescere in lei: non avrebbe lasciato perdere. Del resto la sua ragazza poteva anche lasciarla! Magari si sarebbe innamorato di lei e l’avrebbe confessato all’altra. Magari quello era stato un colpo di fulmine e di lì a poco lui si sarebbe dichiarato. Quanto meno doveva andare a fondo e capire bene di cosa si trattava. In verità, non voleva credere il contrario, non voleva accettare che per lui era un gioco. Non voleva credere che il colpo l’aveva ricevuto lei. Fu riscossa solo dalla voce di uno dei suoi amici “Te l’avevo detto! Dai, andiamo al ballo che è tardi..” Seguì gli occhi d’ei volgersi al cielo e s’incamminò.
Un no. Diretto e improrogabile. Chissà perché. Immaginò fosse per timidezza inaudita, non di certo per repulsione o scarso interesse nei suoi confronti. Glielo si leggeva chiaro in faccia che a lei non era indifferente. Eppure, mentre si dirigeva al ballo, non riusciva a pensare ad altro. Non era perché a lui importasse chissà che della ragazzina, più che altro per lo smacco subito. Non era abituato. Per di più, gli amici l’avevano lasciato indietro, non erano lì a rassicurarlo come al solito sul fatto che lui fosse irresistibile, anzi. Luca si era rivelato quasi entusiasta che la bimba avesse rifiutato. Che strano, non capiva niente, ecco qual’era la verità. Loro non capivano. Era anche vero che secondo lui non potevano mirare tanto in alto. Distratto da tali pensieri giunse infine davanti al salone da ballo. Dentro ci sarebbe stata Manuela, ansiosa come sempre, ad attenderlo e sicuramente anche l’altra. La serata poteva riservare ancora sorprese.

Tutto era terminato. Il tramonto aveva carezzato le maschere esauste da quella giornata, per poi dileguarsi cedendo il passo alla notte. E come ogni volta che una giornata speciale giunge alla fine, lei si sentiva triste, vuota e malinconica, con una miriade di pensieri ad affollarle la mente. Talmente tanti da farle dimenticare di avere le membra indolenzite dai numerosi passi compiuti in quel dì. E poi era ancora ebbra della felicità di aver avuto la gentil concessione del padre di restare fuori di casa per il ballo in maschera. Non era affatto cosa da poco per lei, abituata a farsi vedere in giro solo in determinati giorni della settimana e solo in determinati orari. Per questo motivo, era intenzionata a godersi appieno quell’opportunità, scacciando in qualsiasi modo possibile l’affaticamento. Decise per una passeggiata al parco con il gruppo. Posto incantevole, quello, soprattutto ora, completamente illuminato a festa.
Un altro giorno se n’era dunque andato. Aveva bevuto un po’ troppo e non era nel pieno delle sue facoltà, doveva ammetterlo. Però era comunque abbastanza lucido da potersi aggirare ancora un po’ per la città, era solo leggermente brillo. Del resto, non aveva nessuna voglia di tornare a casa con la nonna, a rimuginare su quanto fosse in realtà solo. E non aveva voglia di lasciare le sue maschere, né quella indossata per il Carnevale, né quella indossata tutti i giorni, chiamata boria. A difesa della fragilità di fondo. E poi finalmente era rimasto solo, Manuela se n’era andata al ballo con le amiche, lui poteva svagarsi per qualche attimo prima di raggiungerla. Qual miglior meta del parco a tale scopo. Né troppa luce, né troppo buio. Solo in rare occasioni era così bello addentrarvisi, perché non sfruttarle?! Prese a camminare, inoltrandosi fra il verde cupo, illuminato solo per l’occasione.
Rideva e scherzava senza sosta. Cosa per lei quasi inaudita, educata com’era al rigore ed alla serietà, uniche doti, a detta della famiglia, che facevano di una ragazzina una donna seria. E intanto si addentravano, lei e il suo ristretto gruppo di amici, lungo i sentieri che attraversavano il parco. Era in testa a tutti, non aveva nessuna voglia di nascondersi fra la massa. Voleva essere lei per una volta il direttore d’orchestra. Essere seguita, far divertire gli altri, esattamente come quando accadeva il contrario. Stava camminando all’indietro, quando le espressioni degli amici, ai quali non riusciva a nascondere mai nulla, l’insospettirono, facendole salir la curiosità e la voglia di voltarsi. Poco più in là, lui avanzava nella sua direzione.
Camminava con la solita aria arrogante e indolente, con al fianco gli amici più fidati, quelli che per lui erano i fratelli mai avuti. Parlavano, di accadimenti di poco conto. Chi avevano visto durante la giornata, quanto era ridicolo un compagno di scuola con un determinato costume, chi aveva concesso loro baci e qualcos’altro presa dalla lussuria improvvisa che provocava far bisboccia e via dicendo. Lui aveva già parlato di lei anche con loro. La definiva “la bimba”, tanto affettuoso quanto canzonatorio. E così l’avrebbe poi chiamata per sempre. Ma in quel momento il futuro con lei o senza, non gli interessava per nulla. Voleva viversi la nottata fino in fondo. Proprio mentre avanzava con aria spavalda, Luca lo toccò appena sul fianco. Un muto cenno in avanti ad indicargli colei che stava venendo verso di loro, con la sua andatura buffa di chi non sa ancora che effetto fa sul genere maschile o per lo meno, sugli amici di lui. La ragazzina triste era proprio davanti a loro, di tutt’altro umore rispetto al solito.
Non emise più una parola, più nemmeno fiato quasi. Si fermò esattamente lì dov’era, con l’amica fidata e gli amici alle sue spalle, come se volessero proteggerla dal nuovo ragazzo o meglio, da colui che loro già conoscevano di fama e proprio per questo avevano sempre evitato. Ma come sempre, nonostante le raccomandazioni fattele da loro, lei andava per la sua strada, ostinata per natura anche quando contro la verità ci sbatteva il capo. Lo attese, come se fosse logico, come se fosse scontato che lui si fermasse e le rivolgesse l’affascinante parola. Lo osservò incedere, elegante, disinvolto e cosa più importante, lui ricambiava il suo sguardo, il che stava a significare che almeno l’aveva notata. Passarono pochi istanti, furono uno di fronte all’altra. Ebbe il coraggio di guardarlo negl’occhi e di abbozzare un sorriso.
Era più bella quando rideva, aveva un sorriso dolce e timido che la rendeva piacevolmente vulnerabile e altrettanto desiderabile; facendo sentire lui più forte. Amava il senso del potere, il comando. Adesso era davanti a lui, la sua altezza non era granchè, rispetto a lui stesso che era il contrario. In tipica sua posa, incrociò le braccia sul petto e la squadrò da capo a piedi sorridendo. “Ciao.” Le voleva concedere solo quello, nulla di meno, nulla di più. A dire la verità non avrebbe saputo che altro dirle. Qualcosa di grazioso gliel’aveva già proferito nel pomeriggio, il suo nome voleva lo scoprisse da sola, insomma un semplice saluto gli pareva più che sufficiente! Si rese conto guardandola che non aveva alcun interesse nei suoi confronti, eppure lei nascondeva qualcosa in grado di impedirgli di lasciarla in pace, di ignorarla come avrebbe dovuto invece fare. Le chiese un bacio.
<a href="http://d-mensione.blogspot.com/2008/01/premio-d-eci-e-lode.html" target="_new"><img alt="Premio D eci e lode" src="http://bp1.blogger.com/_99Y097eAQYg/R4yfLrwdnAI/AAAAAAAAALk/WW_Kys2uouk/S150/premio10elode.gif" width="112" /></a>
Inaspettatamente mi è stato consegnato un premio.
Che dire, con un certo qual orgoglio ne faccio bella mostra, anche perchè mi viene assegnato da una blogger alla quale sono particolarmente affezionata.
Quindi eccolo qui. E di seguito, per chi non sapesse di che si tratta, qualche delucidazione.
Ilpremio 10 e lode è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.
Come si assegna?
Le regole:
1. Esporre il logo del “Premio Dieci e Lode”, che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo siè ricevuto. E’ un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore.
2. Linkare il blog/Sito di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;
3. Se non si lascia il collegamento al post originario già inserito nel codice html del premio provvedere a linkarlo ;
4. Inserire il regolamento (nel post originario c'è il pratico "copia e incolla")
5. Premiare almeno 1 blog/Sito aggiungendo la motivazione
Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.
Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i "Premio Dieci e lode" che vuole e quando vuole ( a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premiato prima.
.Jam, grazie davvero, per la tua gentilezza e presenza.

Coincidenza. Sì, di sicuro. Non può averla notata e cercata di proposito. Non un ragazzo così. Eppure è proprio lì, con la mano tesa e se lei non si sveglia, invece che farlo semplicemente sorridere, lo farà scappare, convincendolo che è una perfetta idiota, come la maggior parte delle ragazze della sua età. Cosa che invece non è affatto. Lei è una piccola donna, le esperienze l’hanno fatta crescere troppo in fretta. Così, con le guance di porpora, ma tentando di mantenere quell’indifferenza fittizia che più di una volta l’ha salvata, allunga la destra cicciotella a sua volta. Non dice un parola, se non il suo nome quando lui glielo chiede ovviamente. Ma l’ironia è, che nonostante voglia fargli un milione di domande, non le uesce una sillaba. Sì, l’etichetta di ebete non gliela negherà nessuno.
E così era quello il suo nome. Bhè, originale. Quanto meno, non era troppo comune. Le si addiceva persino. E poi vista da vicino non era male, ma nonostante si atteggiasse ad adulta e fredda, glielo si leggeva negl’occhi che era timida ed insicura. Per lei era una nota dolente di certo, per sé stesso la carta vincente. Le concesse un complimento, scelto a caso dal suo repertorio di successo. Che soddisfazione vedere le sue guance pallide divenire cremisi. Buffa la bimba. La osservò a lungo, penetrandola con gli occhi nei suoi anfratti, come solo lui sapeva fare. E appositamente tralasciò di dirgli il suo nome. L’avrebbe scoperto lei da sola, se voleva e ne era sicuro, lei lo voleva.
Quando riprese coscienza di dove si trovava e perché, riacquistando quel briciolo di fiducia in sé stessa che le permettesse di dire almeno qualcosa di intelligente, lui se n’era già andato. Dileguato. Ritornato di nuovo un tutt’uno con la folla. Se avesse potutto prendersi a schiaffi l’avrebbe fatto, si odiava per quella timidezza che la rendeva sempre così stupida e impacciata. In men che non si dica si ritrovò al suo fianco Valeria, lei sbucava sempre prima o dopo. “Cosa ti ha detto?” Gli occhi dell’amica brillavano di quella luce che solo la curiosità sa infondere. Ma non c’era tempo per i particolari, doveva trovarlo, sapere di lui tutto ciò che poteva. Afferrò per la mano l’amica trascinandola in una corsa a perdifiato tra la gente. Obbiettivo: individuare lo sconosciuto e dargli almeno un nome. Le mancava il fiato e non si trattava di fatica.
Era stato divertente. Traeva una sorta di perverso piacere nel leggere così chiare sulla faccia delle persone le emozioni, a causa del suo savoir faire disarmante. Uomini o donne che fossero, non faceva differenza. Lui otteneva sempre tutto e questo era ciò che contava infondo. Avrebbe avuto anche lei, prima o poi, magari non subito, magari aspettando qualche anno. Però perché perdere del tempo. Poi glielo si vedeva scritto in fronte che lei sapeva amare e fondamentalmente, lui di amore ne era avido, seppur non avesse mai imparato a ricambiare. Si avvicinava a qualcuno così, all’improvviso, per poi perderne altrettanto improvvisamente l’interesse. Adulava per poi dimenticare, incurante del fatto che qualcuno avrebbe potuto amarlo per davvero. Perso nelle sue elucubrazioni quasi nemmeno si accorse che la sua metà era tornata al suo fianco e richiedeva attenzioni.
Accidenti! Ma perché mai non era riuscita a chiederglielo, quel dannato nome? Ora le toccava darsi da fare con la corsa, una delle tante sue nemiche dichiarate. Valeria la tallonava, del resto era il suo esatto opposto, agile e scattante. Durante il fugace incontro con il ragazzo poi, aveva perso di vista tutto il resto della compagnia, ora doveva recuperare anche loro. Ne intravide qualcuno finalmente, Gigi, sì evviva! Proprio il migliore a cui chiedere informazioni, discreto e proprio per questo sempre super aggiornato. Gli fu alle spalle in un soffio. Ah se l’insegnate di educazione fisica l’avesse vista in quello scatto!? Lo afferrò per la casacca con inappropriata ferocia, tanto che l’amico si voltò con sguardo interrogativo. Lo trascinò da parte, ansante per la corsa e fortunatamente in quello stesso momento il protagonista della giornata transitò a pochi metri da loro. Lo additò col fiato spezzato “Lui..Come si chiama?”
Prese un rametto di mimosa da uno dei cestini portati dalle damigelle dell’evento e glielo porse. Le buone azioni talvolta non gli mancavano, erano le intenzioni ad esser differenti. Chissà, magari con quel gesto si sarebbe calmata per la sua scomparsa di qualche attimo prima. Alle volte si domandava perché si fosse in qualche modo vincolato a quella ragazza. I legami erano pedanti dopo un po’ di tempo. Ma poi si rispondeva che lei lo sopportava così com’era, perdonava i suoi tradimenti, comprendeva la sua noncuranza, si accontentava di quel poco che riusciva a dare, accettava i suoi eccessi d’ira e lo amava davvero, raggiungendo quasi una sorta di adorazione. Era una certezza per lui. Perché sapeva che nonostante tutti gli errori che commetteva senza sosta, l’avrebbe trovata sempre lì a sua disposizione. In conclusione Manuela era a suo modo speciale. Trovar qualcuno simile sarebbe stato in fin dei conti non semplice.

Qualche parola la devo spendere, dopo aver pubblicato due post su un argomento ignoto e magari privo di senso per qualcuno che si aggirerà tra le pagine della mia anima. Da sempre ho avuto l’aspirazione di scrivere un qualcosa. Chiamatelo libro, chiamatelo racconto, romanzo..Insomma, il senso è questo. Ho tentato molte volte, su svariati argomenti, in privato ovvio. Ma poi non giungevo mai ad una conclusione, a volte mi fermavo all’incipit. Alla fine mi sono detta che non avrei tratto di meglio se non parlando di quella storia che mi ha segnata, che mi ha fatta crescere e diventare ciò che sono, nel bene e nel male. Che quella storia era talmente romantica, triste, deludente e grave allo stesso tempo da non aver nemmeno bisogno di ricamarci sopra come nel caso di qualcosa di inventato. Basta raccontarla esattamente così com’è. E quindi via, si comincia, con tutto l’entusiasmo che mi da riversare l’inchiostro sulla carta vergine. Con un particolare in più, questa volta non tengo tutto nel mio cassetto dei sogni e dei desideri, no. Questa volta riporto un pezzetto alla volta qui, per condividere, ma soprattutto per aver pareri e critiche. Sia mai che in quest'occasione ne tragga un che di profiquo e non resti tutto solamente seppellito nei ricordi come qualcosa di inutile.

”Svegliati dai! E’ ora di ripartire..Ma che cos’hai?” La voce di quella che al tempo era la sua migliore amica si insinuava insidiosa nella sua testa. Si riscosse, sollevandosi da terra, pronta a riprendere il giro. Un ultimo sguardo ancora a quello sconosciuto. Ma possibile che fosse della stessa città? Ma no, l’avrebbe visto! Sicuramente veniva da fuori, magari solo per l’occasione e chissà quando l’avrebbe rivisto, forse mai. Vorticavano quei pensieri, accavallandosi l’un l’altro nella sua mente totalmente annebbiata, non sentiva più nemmeno la musica e il frastuono. Riprese a camminare, per mano all’amica, che l’osservava con occhio incredulo. Possibile che l’algida bimba averse perso il controllo una volta tanto? E sì, proprio lei riuscì infine ad articolare qualche sillaba “Chi è quello?”. Dito indice che discreto andava ad indicare proprio lui, cercando di non farsi scorgere. Deludente la risposta che ricevette, un semplice “Non saprei…”.
“Si può sapere cosa stai fissando?” La mancina impatta sul petto magro, ma ben delineato di lui, mentre anche i suoi occhi si spostano nella stessa direzione di dove egli sta guardando. Ma vede solo una massa indistinta di costumi rossi, tutti uguali. Ma nel frattempo, lui sogghigna e finge di prestarle attenzione almeno per un secondo. La liquida con un cenno della mano, tanto lei non se la prende mai. Del resto o così o niente. Regola che vige un po’ per tutti quelli che lo circondano, ragazze soprattutto. E riprende a camminare, del resto è l’ultimo sforzo, sarà quasi finita quella fatica!? Ma come poteva deludere gli amici? No, non in quel giorno, non poteva mancare affatto. Guarda poco più avanti. Tra la moltitudine quella testolina castana, con quella cascata di capelli, è ancora ben visibile. Che graziosa! Gli piace. E poi sembra così giovane; non sarà ancora diffidente come invece quelle della sua età. Non avrà riserve con lui, ne è certo.
Chissà perché la giornata ha preso una nuova piega. Non sente più nemmeno male ai piedi, sebbene si ritenga sempre inadeguata. Il ragazzo che le piace in quel momento quasi non s’è visto e quando s’è visto, non l’ha nemmeno degnata d’un saluto. Ma ora, a pensarci a fondo, chi se ne importa di quell’esaltato! E mente quel pensiero prende vita, lei quasi se ne stupisce con un sorrisetto soddisfatto. Inconsapevole, della vera ragione di quel disinteresse improvviso per chi le toglieva il sonno in quegl’ultimi mesi. Rideva e scherzava con l’ironia che non riusciva mai a venire a galla, per la troppa timidezza; tanto che l’amica stentava a riconoscerla. E tra una battuta e l’altra, le fu concesso solo il tempo di avvertire la gomitata di Valeria, vederla sparire più avanti, guardarsi intorno sbigottita, per poi trovarsi di fianco lui.
Ma sì, cos’aveva da perdere? Nulla, lui, in verità. Lei era davvero bellina, ma non si trattava solo di questo. Quell’aria da snob che ostentava, volutamente o no, era per lui una sorta di sfida. A dirla tutta poi era abituato a non ricevere mai rifiuto. E la probabilità di questo era in un certo senso irresistibile. Nemmeno a farlo apposta poi, capitarono lì le amiche della fidanzata; un’ottima occasione per permetterle di andare con loro e distrarsi da lui per un attimo. E così, con il fato amichevole come al solito, la cercò. Era a pochi passi ora. Destro e sinistro che s’avvicendano fino ad esserle di fianco. Il suo miglior sorriso, il suo miglior sguardo ammaliatore, la sua migliore faccia tosta e la mano destra che si tende, ricercando quella di lei, nel più antico dei modi per far conoscenza.

Aveva solo tredici anni, ne avrebbe compiuti quattordici in quell’anno. Era carina, ma fondamentalmente anonima. Relativamente bassa di statura, un po’ formosa fisicamente, con un viso che aveva dei tratti esotici all’epoca dissonanti fra loro, seppure fosse italianissima. Aveva la voglia di vivere, di divertirsi e di non pensare a nulla in quel giorno, il giorno delle maschere, quello dei travestimenti, quello dove poteva essere ciò che voleva senza bisogno di scusarsi e dove poteva confondersi ancora di più fra la massa di persone festanti o almeno così credeva.
Lui era bello come un angelo caduto in terra, spavaldo, affascinante, ammirato e ricercato. Quel giorno per lui era uno fra tanti, per far mostra di sé, per lui era sempre festa, indistintamente dal periodo. Gli bastava poco, era sempre circondato da persone interessate al suo charme, alla sua simpatia naturale, al suo modo di fare un po’ dandy, non doveva per nulla chiederle, lui, le attenzioni. Ammiccava, sorrideva, salutava con la mano chi conosceva, praticamente tutti. Ogni tanto giocava con la sua fidanzata del momento, primo vero grande amore, nonostante tutto. E via così, passo dopo passo, fra le strade di città.
Infondo si vergognava, lei, così schiva,così giudiziosa, con così poche attitudini al frastuono e alla confusione. Ma per una volta, che male ci sarebbe stato ad uscire un po’ dai canoni? Era poi solo una ragazzina! Certo nessuno se la sarebbe presa più di tanto per una giornata fuori dalle righe, magari nemmeno se ne sarebbero accorti, gli altri, con tutta quella gente, vestita tutta uguale, con solamente piccole e trascurabili varianti. Anche se, più si guardava intorno, più aveva la certezza di conoscere tutti. Tutti tranne uno.
E dunque era arrivato il momento. Anche quest’anno la festa in maschera era giunta. Indossò il suo costume incurante di guardarsi più di tanto allo specchio, tanto sapeva che era perfetto. In qualsiasi maniera si abbigliasse, era praticamente sempre impeccabile. Spese solo qualche minuto in più per il trucco, imitando quello visto di recente in un film. Una delle poche cose che l’aveva colpito in vita sua. Chissà perché? Labbra e occhi dipinti di nero, il cerchietto d’oro all’orecchio, che non tralasciava mai e via. Un’altra avventura, altre conquiste. E più sfilava tra la gente curiosa e più gli pareva di conoscer proprio tutti. Tutti tranne una.
Era metà della giornata ormai, stanca e pallida come sempre quando si affaticava, esausta dallo sforzo di mescolarsi in quel caos di individui danzanti e festosi, privi della ragione, almeno per quel giorno. Incurante dell’opinione altrui, per una volta, si lasciò andare sedendosi esattamente a terra, sull’asfalto spoglio e freddo del mese di febbraio. Guardava in giro, ormai era talmente confusa che non distingueva più gli estranei dagli amici, aveva assunto lo stesso sorriso ebete dei concittadini in festa, con la personalità di automi. Solo per un istante il suo sguardo distinse una figura fra tutte. E il caos si dissipò e il tutto sparì. Lasciando lì solo lei e lui. Occhi di carbone che s’incrociano per un attimo per poi perdersi l’istante successivo, in un battito di cuore, che per quel giorno sembrava l’unico.
Che noia. Non trovava più stimoli in nulla, nemmeno in quella festa che fino a pochi anni prima lo entusiasmava, del resto che gioia poteva avere? Nessuno era lì a guardare lui e basta. Certo, aveva effetto sulle persone, ma non su quelle che ammirava di più. La madre fuggita, il padre incurante. Certo loro non erano lì a cercarlo. Solo gli amici e una ragazza che lo amava, ma questo non bastava, lui voleva di più, lui voleva tutto, o almeno un gioco nuovo. Incrociò le braccia al petto, troppe chiacchere che non catturavano più la sua intenzione e ad onor del vero la smarriva facilmente. E cominciò a vagare con gli occhi in lungo e in largo alla ricerca di un nuovo svago. E poi la vide. Insolita, sì. Particolare e fuori dal comune. Intrigante nella sua diversità. La semplicità la rendeva diversa eppure bellissima. La osservò a lungo e improvvisamente gli sguardi s’incrociarono anche se per un breve attimo, forse qualcosa che poteva stimolarlo in quel giorno privo di senso ancora c’era.
E tutto ebbe inizio.

Sono troppo programmata. Troppo inquadrata. Me lo ripetono tutti i giorni, accompagnandoci la frase “dovresti vivere con maggior leggerezza, con più tranquillità”. Mi dicono anche che dovrei prendere la vita così come viene, tanto è una sola. Eppure io il futuro non riesco a prenderlo con leggerezza. No. Non sopporto gli interrogativi, non sopporto i salti nel vuoto, non sopporto attendere all’infinito una decisione o che qualcosa si muova, standomene lì seduta, immobile a guardare. In attesa che siano gli eventi a prendere il loro giusto corso, senza interagire in qualche modo con essi. Fondamentalmente penso che per ognuno di noi il destino sia già stato tracciato, ma sono anche fermamente convinta che il destino non è uno e unico. Che si possa in qualche modo deviare, o almeno modificare. E voglio riuscirci, l’ignoto non fa granchè per me.

Mi domando se davvero i sogni [e non quelli ad occhi aperti, ma quelli notturni] possano in qualche modo influenzare il presente, quanto meno la nostra giornata ed i nostri pensieri. O siano semplicemente loro stessi nascenti dalla situazione o paure che stiamo inconsciamente vivendo.
Ho trascorso un periodo dove avevo talmente tanti pensieri ad affollarmi la mente che quando mi venivano concessi quei pochi attimi di sonno, non riuscivo nemmeno a focalizzarmi su ciò a cui il mio inconscio dava vita. Mi alzavo la mattina completamente vuota, senza alcun ricordo notturno su cui poter talvolta fantasticare oppure riflettere, ricercandovi qualcosa di comparabile nella mia vita quotidiana. Ora, lievemente più tranquilla rispetto gl’ultimi tempi che ho cercato mio malgrado di accantonare, ho ricominciato a “produrre” qualcosa. Sono svariati gli argomenti, non mi ci voglio nemmeno dilungare, perlomeno la mia notte è intrigante e non monotona come il mio giorno. Mi ci potrei perfino perdere una volta per tutte, scegliere di invertire i tempi definitivamente. Ma poi vengo sbalzata al presente come tutti i giorni e accantono l’avventura di qualche minuto, andando avanti, senza perderci sopra più tempo del lecito.
Oggi, invece, sono state le tue parole a farmici soffermare un po’ più del solito, quella richiesta di conferme verbali, dettate da [credo] una tua paura che ti ha afflitto qualche momento di riposo. Perché io mi do solamente questa spiegazione in merito, nient’altro. Però mi domando anche una cosa: non sarebbe più semplice comportarsi in modo che le tue parole presto non si tramutino in realtà, facendo delle domande che mi poni a conferma, delle certezze che non hanno bisogno di alcuna parola?

Quando avranno fine le buone notizie per gli altri e ne arriverà qualcuna per me?
Sono assuefatta dall'attesa, ormai...
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